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Pubblicato da Redazione il 22 aprile 2018

Cancellare da Google Notizie riguardanti un reato

Tra le ultime sentenze del diritto all’oblio spicca quella sancita dalla High Court britannica riguardante la cancellazione di oltre 2.000 link dai risultati di ricerca Google per conto di due cittadini inglesi interessati a cancellare notizie riguardanti la loro vita criminale passata. Ancora oggi rimasti anonimi, i due si sono rivolti al Tribunale dell’alta corte inglese per ottenere ragione e far rimuovere le notizie da Google, il quale, in un primo momento, aveva risposto con un secco “no” in quanto il contenuto delle pagine web che si desiderava cancellare riguardava i trascorsi criminali dei due richiedenti. Uno di essi era stato quattro anni in cella per aver commesso falsa testimonianza verso la fine degli anni ‘90; il secondo, invece, era stato sei mesi in carcere per aver intercettato alcune comunicazioni senza averne l’autorizzazione giudiziaria. Il diritto all’oblio veniva richiesto dai due cittadini per motivi reputazionali: il loro avvocato ha insistito sul fatto che chiunque oggi, conoscendo una persona, cercasse il suo nome sul motore di ricerca e potrebbe avere dei pregiudizi inopportuni nei confronti di quelle persone. Il Giudice che ha valutato la richiesta di cancellazione notizie da Google avrebbe riconosciuto il pentimento dei due richiedenti e, dunque, stabilito che il diritto ad essere dimenticato sia più importante del diritto che hanno oggi  gli utenti a raggiungere determinate informazioni appartenenti al passato.

Informazioni che a detta dei diretti interessati sono irrilevanti e rientrano appieno nelle motivazioni per le quali Google dovrebbe rimuovere i risultati di ricerca rilasciati per le ricerche correlate a “nome e cognome”. Questa ultima sentenza sul diritto all’oblio viene presa in considerazione anche perché va “controtendenza”: il Garante italiano, ad esempio, ha numerose volte dichiarato che sono inammissibili i ricorsi da parte dei cittadini italiani che chiedono di cancellare notizie da Google riguardanti vicende criminali anche per reati “non gravi”. L’Autorità per la Protezione dei Dati Personali in Italia non riconosce il diritto all’oblio alle persone che siano state condannate per reati anche “non gravi”, stabilendo che la “gogna digitale” e la cattiva reputazione abbia ragione d’esistere anche in un’epoca in cui la rilevanza pubblica di Google nell’elaborare informazioni personali sta diventando sempre più grande.

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