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Pubblicato da Redazione il 25 marzo 2018

Privacy su Facebook nel 2018

E’ storia recente, recentissima, il 20 gennaio del 2017, Donald Trump viene nominato 45° Presidente degli Stati Uniti, raccogliendo l’eredità dell’amatissimo predecessore, Barak Obama. Quello di Trump è un vero trionfo, forse inaspettato (o forse no), che ha visto l’assenso di milioni di persone intercettate da una campagna elettorale mirata, aggressiva e decisamente funzionale.

Come è noto, ogni politico o aspirante tale, nell’organizzazione della sua campagna di promozione, decide di servirsi di tutto quanto è in loro potere per raggiungere gli obiettivi prefissati: c’è chi si attiva sul campo, chi utilizza il marketing tradizionale, chi si affida ad agenzie preposte, chi alla rete e chi a ciascuna di queste strategie. Ed è proprio di questo che parliamo in questo approfondimento: di strategie.

Nell’epoca dell’IT, delle nuvole iperconnesse e della virtualità, non può essere sottovalutato il grande cambiamento che la comunicazione politica ha avuto, senza andare troppo lontano, pensiamo al Movimento Cinque Stelle in Italia e all’utilizzo che fa, ad esempio, della rete. Pensiamo a tutti quei movimenti che nascono (e spesso muoiono) all’interno delle piattaforme sociali, prima su tutte Facebook; ai milioni di trends topic posizionati su Twitter che hanno come core la Politica; i siti personali di politici che sono sempre più “star” di tastiera. Insomma, la nascita di internet ma soprattutto la sua rapida ed esclusiva evoluzione, hanno trasportato il linguaggio politico in un mondo nuovo, spogliandolo forse dell’aura elettiva destinata a pochi e restituendolo a quel popolo che a gran voce grida il valore della propria opinione.

E’ un dato di fatto, di politica oggi parliamo tutti e se non bastasse la democrazia del linguaggio, l’epoca della rete e della tecnologia, ci ha donato l’immensa possibilità di diventare noi stessi politici del nostro tempo, delle nostre vite e si, anche delle nostre aule governative.

Se è dunque vero che internet è riuscito nell’intento di rendere la politica più prossemica o quanto meno più accessibile, il contraltare è inevitabile: è la stessa politica a sfruttare una tale vicinanza e spesso senza farci accorgere di niente. Come? Semplice, utilizzando i nostri stessi mezzi, quelle piattaforme appena accennate prima che oggi sono al centro di un vero e proprio dibattito internazionale: Facebook in primis.

Facebook ed il potere del dato personale

Facebook nasce nel 2004 per mano di un giovane studente universitario, Mark Zuckerberg. L’intuizione iniziale era quella di mettere online una piattaforma dedicata agli studenti del Campus senza considerare però l’alta potenzialità virale che il progetto aveva in sè. In breve tempo infatti, Facebook superò i confini del Campus, della città, dello Stato e del Continente, approdando nei computer di quasi tutti gli esseri umani censiti nel mondo. Era nata non una piattaforma sociale ma “la” piattaforma social per eccellenza che nel 2006 vira verso il reale obiettivo dell’intero progetto: la scalabilità commerciale planetaria. In quell’anno dunque iniziano a girare su Facebook i primi, sperimentali algoritmi tesi ad elaborare i dati degli utenti al fine di offrire loro annunci pubblicitari mirati. E’ l’inizio di un’era, quella stessa era che oggi si trova al centro di un potente scandalo politico.

E’ in questo periodo infatti che si inizia a parlare sempre più prepotentemente di dato personale e di quanto la vera ricchezza di un’azienda come di un governo, sia proprio racchiusa in esso: nell’informazione di un utente, che poi nient’altro è che una persona; una persona che vive, ha interessi, spende, VOTA.  Sono proprio quelle piccole particelle riguardanti un individuo a costruire uno schema ipotetico sui suoi gusti, sul carattere, sulle attitudini che, se intercettate, rappresentano inevitabilmente una fonte inesauribile di ricchezza per chi potrà poi utilizzarle. Facebook si basa esattamente su questo: studia i dati dei propri iscritti, i comportamenti, le persone e le pagine che seguono, i prodotti a cui si iscrivono ed i ristoranti che commentano, le preferenze sessuali e anche quelle politiche e tutto questo si traduce nella possibilità di indirizzare loro messaggi mirati ed efficaci, “in target”. A saggiare la potenza di tutti questi dati messi insieme è stato forse primo tra tutti proprio il buon Barak Obama che vinse le sue prime elezioni nel 2008 sfruttando la Rete e le informazioni che in essa venivano elaborate.

ATTENZIONE!

Tutto quanto avviene all’interno di Facebook (come parimenti nell’eco-sistema Google) è perfettamente legale in quanto, iscrivendoci sulla piattaforma, accettiamo un contratto che regolamenta l’utilizzo dei nostri dati a fini commerciali. Questa nota è molto importante ai fini del discorso che stiamo affrontando proprio perché a finire nel calderone della polemica ci è finito Facebook ma per questioni che potremmo definire “collaterali”.

Cambridge Analytica e lo scandalo dei dati violati

Sulla scia del successo ottenuto in campo politico da Obama, le agenzie di comunicazione che si interessano di analisi politica hanno ovviamente iniziato ad alzare l’asticella dell’attenzione sulle piattaforme sociali, concentrandosi nella ricerca di nuove strategie per il reperimento di dati partendo proprio dall’esperienza di Facebook, senza però passare dal via. E’ questo il caso di Cambridge Analytica, azienda accusata di aver trafugato 50 milioni di dati su Facebook in occasione della recente campagna elettorale di Donald Trump.

Cambridge Analytica nasce nel 2013 grazie ad un cospicuo investimento di 15 milioni di dollari del repubblicano Robert Mercer, si occupa di realizzare pubblicità mirate ed altri servizi relativi ai dati dei clienti in ambito aziendale e politico ed è nota per essere stata scelta da Trump per la gestione della sua campagna elettorale. Secondo quanto riferito dal New York Times e da The Observer, sin dal 2014 l’azienda ha ottenuto e trafugato dati su oltre 50 milioni di persone  utilizzando un’applicazione social login su Facebook.

Per intenderci, quando parliamo di applicazione social login, parliamo di tutte quelle app o siti web di terze parti soggette ad iscrizione che facilitano l’utente proponendogli il login attraverso Facebook. L’applicazione in questione aveva il nome di thisisyourdigitallife ed è stata sviluppata da un accademico britannico, Aleksandr Kogan. Attraverso il download ed il social login, il sistema avrebbe “grabbato” le credenziali di Facebook sia dell’utente che dei suoi amici trasmettendole direttamente a Cambridge Analytica.

In questo modo, ottenendo cioè dati sensibili delle persone presenti sul social network, Cambridge Analytica è stata in grado di diffondere messaggi politici mirati e per tornare alla terminologia di prima, “in target”, riuscendo così ad indirizzare prepotentemente il risultato delle elezioni americane da poco svolte. Facebook sta ovviamente indagando al fine di ottenere risposte sul comportamento dell’azienda e nella “lotta” sarà affiancato dallo studio legale Stroz Friedberg, nel frattempo Zuckerberg ha già interrotto ogni tipologia di rapporto con Cambridge Analytica e con le sue associate.

Conclusioni

Il dato personale è oggi giorno la vera ed unica fonte di ricchezza di interi governi, per questo motivo è necessario tutelarlo con ogni mezzo attuativo possibile. In linea con il principio della protezione dei dati, il 25 maggio 2018 entrerà in vigore il nuovo GDPR, un compendio di regole a livello europeo a cui dovranno adeguarsi aziende ed istituzioni che hanno a che fare con i dati sensibili dei propri utenti. Le pene sono severe ed importanti, per questo motivo invitiamo tutti a regolamentare le proprie proprietà informatiche al fine di non ripetere mai (anche se in piccola scala) il caso Cambridge Analytica!

#facebook#internet#privacy#social network

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