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Pubblicato da Redazione il 30 marzo 2018

Ricatti sessuali e stalking su Facebook: come fare?

Negli ultimi anni, i reati virtuali, quali stalking, minacce, ingiurie e ricatti sessuali, sono aumentati sempre di più, risultando, secondo le statistiche, in numero superiore rispetto ai reati “tradizionali” del mondo reale. Questi dati conducono le autorità predisposte alla sicurezza di internet e dei social in particolare, a lavorare in modo sempre più incalzante sulla gestione di un genuino utilizzo di internet, a partire dai social fino alla più tortuosa questione della localizzazione.

La strada appare sempre più complessa, perché i reati non sono legati unicamente  alla pedopornografia, ai furti d’identità e ai reati sessuali, ma anche alle modalità utilizzate per tenere sotto controllo gli utenti. Il caso più eclatante rimane pur sempre quello dei furti d’identità e la dimostrazione la si ha dai dati forniti dalla Polizia Postale, la quale giornalmente monitora  la rete; solo nel 2017 ci sono state 2.076 denunce legate a questo reato, e ben 365 solo nei primi tre mesi del 2018. Anche le operazioni contro la pedopornografia online hanno dato prova di quanto i numeri siano preoccupanti e di quanto sia complesso per le autorità stanare questi criminali. Infatti, organizzazioni e clienti si aiutano a vicenda, creando spesso gruppi di discussione, apparentemente innocui, finalizzati invece allo scambio di dati appartenenti a minori. In questo caso specifico, il lavoro svolto da parte delle autorità ha interessato l’azione di rimozione di siti internet e l’inserimento degli stessi nella black list.

Non bisogna d’altra parte trascurare i problemi creati dai ricatti sessuali e dallo stalking, i quali conducono la parte lesa a cedere spesso alle minacce e addirittura al suicidio. La procedura appare piuttosto standard: una bella ragazza chiede l’amicizia sui social, comincia a chattare e una volta acquisita la fiducia dell’altra parte, propone sesso virtuale e chiede di scambiarsi foto o video in cui ci si mostra nudi. Bastano pochi giorni e scatta l’inganno: “O paghi o le immagini finiranno su Youtube”. A quel punto il dado è tratto e si finisce nella ragnatela creata appositamente dell’impostore per ottenere soldi. In questi casi, la collaborazione dei social, come Facebook o Twitter non è affatto scontata, a causa della difformità della legislazione statunitense, rispetto a quella di altri Paesi, come l’Italia, in materia di reati di diffamazione e ingiurie. Ci sono stati però dei casi, come quello in cui l’ex fidanzato aveva creato profili falsi inserendo immagini private e informazioni sensibili di una ragazza, in cui Facebook ha concesso dati personali, ritenendo ci fosse un pericolo reale da risolvere.

Come già ribadito, però, negli ultimi anni sono molto preoccupanti le modalità attraverso le quali le organizzazioni criminali utilizzano i dati personali per compiere frodi informatiche o il cosiddetto phishing che “consente di utilizzare le identità delle vittime per il trasferimento del denaro e della successiva apertura di conti correnti e attivazione di carte di credito sui quali vengono poi accreditate le somme illecitamente acquisite”. E’ necessario altresì riflettere sul condizionamento delle personalità degli utenti, in particolare da parte di organizzazioni terroristiche, che attraverso il condizionamento di informazioni riservate riescono a manipolare la volontà degli individui.

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